Ti sei mai chiesto cosa potrebbe accadere se, da un mese all’altro, ti venisse tagliata la pensione su cui conti per vivere? Non è una provocazione, ma una possibilità concreta per chi riceve la pensione di reversibilità.
Nel 2025, i limiti di reddito sono cambiati, e questo potrebbe voler dire meno soldi in tasca per tanti. Nessuna lettera a casa, nessun campanello d’allarme: basta superare una soglia e l’importo si riduce. E dietro ogni numero c’è una storia. Come quella di Alessandro e Luigia.
Alessandro ha 72 anni, Luigia 68. Vivono in provincia di Brescia e da quando si sono sposati, l’unico reddito di Luigia è diventato la reversibilità del primo marito. Non hanno lussi, solo una casa modesta e spese quotidiane che crescono. Fino al 2024 ricevevano abbastanza per stare tranquilli. Ma ora, con i nuovi limiti, rischiano una decurtazione. Non perché abbiano vinto alla lotteria, ma solo perché il reddito complessivo della famiglia ha superato, di poco, la soglia fissata.
Luigia riceve anche un piccolo affitto da una casa ereditata. Una cifra modesta, ma sufficiente a spostare l’ago della bilancia. Superata la soglia dei 23.579,22 euro, scatta la prima decurtazione: il 25%. Se si sale oltre i 31.438,96 euro, il taglio arriva al 40%. E sopra i 39.298,70 euro, si perde la metà. Così Luigia, senza aver cambiato nulla nel suo stile di vita, potrebbe vedersi togliere una fetta importante del suo sostegno mensile. Perché la pensione ai superstiti non è garantita al 100% se si “guadagna troppo”, anche se quel “troppo” spesso è davvero poco.
Quello che pesa di più, però, non è solo l’aspetto economico, ma la sensazione di incertezza. Ogni anno bisogna controllare, fare i conti, sperare di rientrare. E quando non ci si riesce, il taglio arriva. Silenzioso, ma concreto. Alessandro, che ha lavorato una vita come insegnante, si chiede se questo sia davvero un sistema giusto.
Nel 2025, il trattamento minimo è salito a 598,61 euro, per effetto della rivalutazione annuale. I limiti di reddito collegati alla pensione di reversibilità dipendono proprio da questo valore. Ma il sistema sembra dimenticare un fatto essenziale: dietro ogni numero c’è una persona. La legge Dini del 1995 aveva già legato l’importo della pensione alla situazione economica del superstite. Tuttavia, la realtà di oggi, con inflazione e aumento delle spese, rende questo criterio sempre più problematico.
Negli ultimi anni, la Corte costituzionale ha provato a riequilibrare le cose, affermando che la reversibilità non può essere ridotta oltre l’importo degli altri redditi percepiti. E ha riconosciuto anche ai nipoti maggiorenni inabili e a carico il diritto alla pensione. Ma restano escluse tante situazioni grigie, come quella di Luigia. Anche un’unione domestica può bastare per far saltare l’intero equilibrio economico.
La domanda, allora, è questa: ha ancora senso un sistema che penalizza chi vive con poco solo perché ha qualche entrata in più, magari ereditata o frutto di anni di sacrifici?
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