Succede più spesso di quanto immagini. Lavori sodo, rispetti turni, ti fai in quattro… e poi niente bonifico a fine mese. La sensazione è frustrante, quasi umiliante.
Ti chiedi se stai esagerando, se è solo un ritardo tecnico. Ma nel frattempo le bollette non aspettano, né il padrone di casa. E se ti dicessimo che hai diritti ben precisi? Che ci sono passi concreti che puoi fare, anche senza arrivare subito a scontri legali?
Luigi ed Ester lavorano in un supermercato. Turni spezzati, pochi riposi, tanta fatica. Ma questo lo accettano, fa parte del gioco. Quello che non accettano più è il silenzio della direzione quando chiedono dello stipendio in ritardo. Siamo oltre il 10 del mese e i conti sono vuoti. Nessuna spiegazione, solo vaghe promesse.
Hanno provato con una mail, poi con una telefonata, infine con una chiacchierata informale. Tutto inutile. Intanto devono fare i conti con spese quotidiane che non si mettono in pausa. È in questi momenti che ti rendi conto quanto sia fragile un equilibrio costruito su uno stipendio che dovrebbe arrivare, ma non arriva. Anche l’umore cambia: ti svegli già nervoso, ti senti preso in giro, e ogni giorno ti chiedi se è il caso di continuare a fidarti.
Il punto di partenza è semplice: lo stipendio deve essere versato ogni mese, come stabilito dal contratto nazionale o, in assenza di una data precisa, entro la fine del mese lavorato. In pratica, se hai lavorato tutto gennaio, il tuo pagamento dovrebbe arrivare entro il 31 gennaio. Tuttavia, molte aziende, per ragioni contabili, pagano entro il 10 del mese successivo. Fin qui, tutto regolare.
Ma se dopo il 10 i soldi ancora non arrivano, il datore è in mora. Questo significa che sei legittimato a richiedere gli interessi di ritardo. Importante: la busta paga non prova il pagamento, ma solo che ti è stato dato un prospetto. Il bonifico deve essere reale, tracciabile, e deve avvenire nei tempi previsti. Ogni giorno di ritardo, oltre un certo limite, è una violazione.
E non pensare che, se nessuno si lamenta, allora va tutto bene. Il fatto che altri colleghi accettino passivamente, non significa che sia normale. Il silenzio non cancella i tuoi diritti.
Se il ritardo diventa ricorrente o si prolunga troppo, come nel caso di Luigi ed Ester, il primo passo è cercare un confronto pacifico con l’azienda. Se non funziona, ci sono strumenti precisi: una diffida formale tramite un sindacato o un avvocato, con richiesta di pagamento entro un termine.
Ancora niente? Si può richiedere un decreto ingiuntivo al Tribunale: un ordine legale di pagamento. Se l’azienda non reagisce entro 40 giorni, diventa esecutivo. Se, invece, l’azienda fallisce, entra in gioco il Fondo di Garanzia INPS, che copre TFR e le ultime tre mensilità.
E se tutto questo non basta più a sostenere la situazione? Il lavoratore può anche dimettersi per giusta causa, ma solo se il datore non ha pagato almeno due stipendi consecutivi. Non basta qualche giorno di ritardo, serve un inadempimento serio.
Luigi ed Ester ora sanno cosa fare. Ma quanti altri vivono lo stesso disagio in silenzio? Forse è tempo di parlarne, davvero.
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